Il teorico della paesologia Franco Arminio tenta il salto: da scrittore di qualità, appartato e insolito, a scrittore di successo, col rischio di scivolare nel banale e nel luogo comune.
La nuova letteratura impegnata segue soprattutto due strade, e non di rado le percorre entrambe. Da un lato denuncia le ingiustizie della società, per stigmatizzare il male; dall’altro si propone come terapia, per identificare il bene.
Il nuovo libro di Franco Arminio ha un titolo inequivocabile, La cura dello sguardo, e un sottotitolo perfino più eloquente: Nuova farmacia poetica. (Bompiani, Milano, pagg. 202, € 16).

Nella nota introduttiva, l’autore si presenta come un malato e insieme un guaritore, armonizzando due sottogeneri narrativi oggi fra i più diffusi: opere che raccontano un’infermità, opere che propongono qualche forma di assistenza o auto-aiuto. Alla confluenza tra i due ambiti, Arminio offre «istruzioni semplici», «consigli che posso dare, piccoli precetti fatti in casa» – dove l’accento cade tanto sull’artigianato, quanto sull’efficacia della scrittura («la poesia è letteralmente un farmaco»; «la lingua è una grande cura»; «la medicina del futuro è la poesia»). Anche al di fuori dei confini del libro, Arminio insiste molto sul sollievo che la letteratura non può più esimersi dal procurare; in suo recente intervento sulle pagine del «Corriere della sera» afferma che «scrivere è sollevare la trave che ogni giorno ci cade sulla pancia», e che «oggi nessuno ha tempo da perdere con la letteratura che non sa consolare, che non sa orientare».
Il cenno al tempo da risparmiare (per chi legge ma direi anche per chi scrive, visto che Arminio ormai pubblica un libro all’anno) collega con chiarezza la questione dell’effetto a quella delle forme. Per funzionare, cioè per agire sul numero più alto possibile di lettori, un testo deve essere veloce: «un mondo che si è fatto velocissimo richiede una letteratura semplice e breve, diretta e limpida»; «molti ancora indugiano a scrivere come se le persone avessero ancora tempo per star dietro ai giochi con la lingua». Certo, Arminio rivendica per sé una parola non solo semplice, ma anche «densa» (non c’è scrittore disposto a riconoscere di scriver male). E certo in teoria non c’è incompatibilità tra linearità del dettato, apertura al pubblico e ricchezza culturale e psicologica. Ma in pratica è davvero questo il caso della Cura dello sguardo? Quanta densità contiene questa parola diretta e superveloce?

Aprendo il libro di Arminio troviamo innanzitutto una grande quantità di “poesia”, intesa come emotività decomplessata; ma una poesia che si dispiega quasi sempre nella prosa – cioè senza la fatica, la scommessa e il rischio dell’andare a capo (i testi versificati sono sei in duecento pagine). Il lirismo in questione è apertamente sentimentalistico: si esprime attraverso analogie canoniche («l’anima non è nient’altro/che una rosa»), o similitudini acrobatiche («ora ho il cuore come un pulcino e la punta si solleva, si apre, come se potessi nutrirlo di qualcosa») – le une e le altre potranno essere considerate, a seconda dei punti di vista, di energico impatto emotivo, e quindi di comprovata efficacia, oppure di raggelante cattivo gusto. Vengono somministrate – è il caso di dirlo, trattandosi di una farmacia poetica – forti dosi di oltranza metaforica («uscivano frasi piene di vento»), alternate però a fraseologia corriva («Il Molise è un luogo appartato e schivo»): una miscela di pathos e luoghi comuni sempre più frequente nelle scritture contemporanee che non hanno o non vogliono più avere il tempo di rileggersi. Simmetricamente, sovversioni ben temperate («Nessun giorno senza un rischio», «Sia benedetto ogni vizio») fanno macchia ogni tanto tra molte considerazioni di generosa ovvietà, dalle quali dissentire è impossibile («siamo troppi e troppo invadenti rispetto alle altre creature del pianeta»; «dobbiamo trovare il modo di tenere vivo l’amore»; «dobbiamo frenare l’isteria di questo mondo»).
Prevale un clima diffuso di fiducia e speranza («Esulta per la cena, per il sonno, per l’abbraccio, canta ogni letizia, ogni terrore»), che non rinuncia però a qualche escursione drammatica («ogni attimo è un testamento»), e a qualche generica, innocua, perfino tenera insubordinazione a un potere non meglio identificato («a un metro nemmeno il suo odore puoi sentire. Chi comanda è contento di questa spartizione»; «non ci vuole la normalità, ci vuole la rivoluzione»). Le strizzate d’occhio ai grandi eventi della cronaca (dal coronavirus al crollo del ponte Morandi) convivono con rinvii magniloquenti a grandezze assolute («Ci vuole un testimone per i nostri incontri, un garante dell’infinito»).

Come si vede la sintassi è piana, liscia, elencatoria – al riparo da complicazioni inutili come subordinate o incisi, semmai disposta alle pause e allo stile nominale. Anche perché raramente le prose superano la misura della singola pagina; il metro più comune è quello del foglio di diario, o dello status da social, solcati entrambi da formule predicatorie («Se decidete qualcosa, che sia una decisione chiara»), o slogan veri e propri («Carezze e intimità per tutti»). Lessico basic, in sintonia morale col «dovere di essere limpidi»; ogni tanto qualche neologismo per segnare col minimo sforzo uno scarto “artistico” dalla lingua comune («questi attimi di bene che si scastrano dal muro della mestizia»). Colpisce non solo nella lingua ma nella struttura stessa del libro il tasso scarsissimo di allusività; così decontestualizzati e soli, i pochi contatti con la tradizione letteraria hanno il sapore del plagio più che del dialogo («Ho scoperto che si può fare l’amore con un’ombra, ombre noi stessi» è per esempio un calco montaliano: «ma è possibile,/ lo sai, amare un’ombra, ombre noi stessi»). Anche questo significa andare veloci: risparmiare al lettore il confronto con forze remote e sempre meno decifrabili come il passato culturale, limitarsi a prelevare di peso un frammento memorabile e usarlo a scopo suggestivo.
Può sembrare bizzarro che un autore come Arminio, da sempre identificatosi con la poesia della civiltà contadina – che è logico associare alla lentezza, se non proprio all’immobilità – si presenti adesso come un campione della fretta, che accosteremmo piuttosto alla tecnologia, al digitale, ai mass media. Ma in realtà non c’è contraddizione: l’apologia della marginalità e del tempo lungo («mi piacciono i luoghi scartati», «la purezza dei contadini di ottant’anni»), come il rifiuto della tecnologia («lasciare il telefonino per un paio di ore al giorno»), si esprimono nella Cura dello sguardo attraverso uno stile sbrigativo, frammentario e senza spigoli che è tutt’altro che “periferico”, ma al contrario dominante, imperialistico e social. Il tutto lubrificato da un pensiero a sua volta veloce, perché consensuale: perfettamente sincronizzato al senso comune di quelli che Arminio riconosce come i suoi lettori. L’adesione alla periferia è quindi un mero contenuto (alla moda, tra l’altro); la gamma delle scelte di stile è di fatto la più globale che esista, la più vicina alle regole della comunicazione di massa. E come la comunicazione stessa, Arminio si fa veloce e facile per essere alla portata di tutti.
Nella Cura dello sguardo c’è un passo, rivelatore, in cui chi scrive esprime il proprio umanissimo bisogno di conferme: «Ho sempre cercato vanamente l’approvazione del paese, come quella del padre. Ma forse per un poeta questa è la cosa più difficile». Infatti. Per molto tempo Arminio ha cercato l’approvazione della critica, che lo ha consacrato scrittore “di qualità”; adesso cerca l’approvazione di un pubblico vasto, che lo consacri scrittore “di successo”. E tuttavia non si può dire che il suo impianto retorico sia sostanzialmente cambiato (come non è cambiato il suo ansioso bisogno di padri); si è solo adeguato a un posizionamento differente, attenuando i marcatori stilistici associati alla qualità “per pochi” (per esempio il registro lugubre e autoptico, l’ipocondria nera, l’ironia fantastica, la fissità elencatoria) ed enfatizzando quelli che si associano alla letteratura “per tutti” (per esempio l’enfasi sentimentale, lo slancio terapeutico, i picchi patetici, i dispositivi oratori). Ma gli uni e gli altri erano già presenti nella sua scrittura; lo provano veri e propri remix, per cui brani della Cura – «sono stato bene solo nel 1979, tra novembre e dicembre» – si rivelano minime interpolazioni di testi che Arminio ha pubblicato dieci anni fa, in libri celebrati dalla critica più esigente («Ugo Fusco si è sentito bene nel 1976, tra maggio e giugno»).
Il percorso di questo autore, al di là di ogni liquidazione o idolatria, è interessante per almeno due ragioni: mostra dove va la letteratura che vuole farsi leggere da molti, e quale prezzo può pagare per realizzare questo scopo; fa riflettere sulle contraddizioni della critica – su come la qualità, al pari dell’impegno, possa rivelarsi niente più che un’etichetta.
Articolo di Gianluigi Simonetti per il Sole 24 Ore
Su Franco Arminio puoi trovare qui www-ninconanco.it/paeseologia/ e www.ninconanco.it/da-trevico-irpino-la-riscossa-delle-comunita/