MARINE

1 Apr 2025 | 0 commenti

Sul Foglio di oggi, a proposito della condanna di Marine Le Pen, Giuliano Ferrara così conclude il suo articolo:  “Si deve distinguere tra eletti e cittadini comuni, è l’unica distinzione giurisdizionale lecita in una democrazia liberale. In caso contrario il rischio è che i tribunali taglino la testa al popolo (caso Le Pen) o che il popolo tagli la testa ai tribunali (caso Trump).”

Su Il Giornale compare la seguente dichiarazione di Giorgia Meloni: “nessuno che crede davvero nella democrazia può gioire di una sentenza che colpisce il leader di un grande partito, privando milioni di cittadini della loro rappresentanza”

Gli altri giornali di destra hanno titoli perentori.

Libero: “Ghigliottinata la destra. Era avanti nei sondaggi. Dopo la Romania, un altro golpe giudiziario. E lei: pratiche di regime, non mi farò eleminare”

La Verità: “ fatta fuori pure Marine Le Pen… Chi sarà il prossimo?”

Il Tempo: “ Da Berlusconi a Trump: così la destra al potere è stata sempre stoppata dalle sentenze. Tommaso Cerno, vicedirettore del giornale romano, firma un articolo di fondo dal titolo “In nome del Giudice sovrano”.

Come da decenni, almeno da Tangentopoli in poi, sul tema dei rapporti fra potere giudiziario e esecutivo, destra e sinistra (ammesso che ciò significhi ancora qualcosa) si dividono, ma questa volta a parti alterne. Motivo? I più dicono: la destra ora è al governo, comanda, quindi è nel mirino dei giudici; la sinistra, più o meno ristretta, è all’opposizione, ergo, rinfocola e istiga i giudici d’assalto.

La preannunciata riforma della giustizia del ministro Nordio, ex PM, non sembra in grado di sopire la contesa, anzi!

Ma torniamo all’affermazione di Ferrara, citata in premessa e limitiamo il nostro ragionamento al contesto politico e istituzionale italiano.

Già ai bei tempi del berlusconismo di ferro e della Convenzione per la giustizia, la linea garantista del giornale fondato da Ferrara è stata senza tentennamenti. Il metaforico rapporto popolo/tribunali e il taglio alternativo della testa si presta però ad equivoci.

Mentre appare quanto mai opportuna la distinzione fra eletti ed elettori, poiché essa può rappresentare una garanzia reciprocamente utile, opportuna, fondamento unico ad un regime di democrazia parlamentare.

Così come un parlamentare eletto non può sentirsi e comportarsi come legibus solutus, quindi intoccabile come un monarca assoluto, allo stesso modo vanno salvaguardate l’integrità del mandato e della funzione di rappresentanza a lui affidate, rispetto ad ogni altro potere dello Stato.

I padri costituenti, da poco fuoriusciti dal regime fascista, furono ben consapevoli di ciò, trovando nel meccanismo dell’immunità parlamentare il giusto antidoto.

Due gli aspetti del regime previsto dall’ art. 68 della Costituzione: l’insindacabilità delle opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle sue funzioni, cosa che elimina alla radice l’antigiuridicità del fatto; la inviolabilità di natura processuale che pone un impedimento al magistrato di procedere nei confronti del parlamentare senza la preventiva autorizzazione del Parlamento.

Nel corso degli anni, sia per la insindacabilità che per la inviolabilità, il Parlamento ha spesso abusato, trasformando agli occhi del cittadino la tutela del parlamentare in un assurdo privilegio di casta.

Nel 1993, in piena Tangentopoli, una classe politica screditata agli occhi dell’opinione pubblica, timorosa e incerta, giunse all’approvazione della legge costituzionale n. 3, che spostò l’equilibrio a favore della magistratura, senza però risolvere il contenzioso che periodicamente torna alla ribalta, aggravando conflitti e svilendo il ruolo delle istituzioni, in mano a improvvisati saltimbanco, affaristi, tycoon.  

Ha scritto parecchi anni fa Vincenzo Lippolis, giurista e docente: “Nessuno può negare che le camere, prima e dopo la riforma, nella Prima e nella Seconda Repubblica, facendo ricorso al diniego di autorizzazione o alla declaratoria di insindacabilità, abbiamo soggiaciuto troppo spesso ad un riflesso di protezione corporativa e abbiano travalicato i limiti di una applicazione ragionevole dell’immunità. Ma questi comportamenti non possono condurre a sostenerne un radicale ridimensionamento o azzeramento perché, per quanto l’evoluzione storica del costituzionalismo ne abbia lentamente mutato il significato, le immunità parlamentari continuano a rimanere un elemento essenziale del sistema di pesi e contrappesi tra poteri dell’ordinamento liberaldemocratico. Se la politica è stata in più occasioni irragionevole nel chiudersi a riccio, credo non si possa negare l’irragionevolezza di varie inchieste giudiziarie avviate nei confronti di politici o il fatto di essere a volte mirate, rispondendo ad una sorta di riflesso comunque oppositorio nei confronti del potere politico.” Parole sagge e inascoltate!

Parlamento vs giudici, dunque, ora e per sempre? E il “popolo” dove sta? Conta ancora qualcosa il voto, quando la maggioranza degli aventi diritto diserta le urne? A questo è ridotta la democrazia in Italia e nel mondo, in cui predomina la prepotenza e la forza?

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