
Roberto Murolo, la voce di Napoli
Roberto Murolo è stato un cantante napoletano, attivo dal dopoguerra agli anni ’80 del secolo scorso. Piccolo, viso tondo e paffuto, sguardo arguto, due sottili baffetti a sottolinearne la signorile appartenenza ad un’epoca passata, quando Napoli era sotto le bombe alleate e a Capri i ricchi inglesi o tedeschi inseguivano i loro sogni di pederasti. Anche Roberto fu coinvolto (credo ingiustamente) in una storia di quelle ed ebbe un offuscamento di carriera. Era l’inizio degli anni ’70 ed è allora che lo conobbi in un magazzino di Portici che noi studenti avevamo attrezzato a sala per spettacoli alternativi, che voleva poi dire da pezzenti, più che underground. Venne per raggranellare pochi spiccioli, ma fu esemplare la sua lezione. Per due ore ci tenne sospesi alla sua chitarra, cantandoci la storia della canzone napoletana e impartendoci un insegnamento di stile e di garbo. La sua voce, calda e melodiosa, era vibrante e didascalica allo stesso tempo, con suadenti accenti napoletani così veraci da dare alle parole un peso e un’eco inusitati. Fu allora che capii che il bello è misura e sentii come la potenza dell’arte potesse trasfigurare, ponendoti nel cuore i propositi più inauditi. Insuperabile fu nella presentazione de U guarracino, una canzone di anonimo del ‘700 sul ritmo della tarantella (vedi video). La canzone narra, con un crescendo funambolico, amori e liti fra i pesci in fondo al mare, un elenco di specie ittiche infinite, con una ricchezza lessicale che stupì lo stesso don Benedetto Croce. La canzone non ha fine perché a chi canta “manca lo sciato”. Per potersi riprendere chiede un po’ di soldi ai presenti per una sana bevuta. Allora pensai che, in fondo, Guarracino era un poco Murolo stesso. Rividi Roberto Murolo una seconda volta circa venti anni dopo, oramai incanutito, attorno ad una tavola imbandita, in compagnia di personaggi con in fronte la vistosità napoletana, dai gesti equivoci, dalle voci alterate. Eravamo in provincia di Caserta, in piena zona camorrista, in quella campagna che anni dopo passerà alla storia come “terra dei fuochi”. Non c’era più misura né grazia attorno a Murolo quella sera. Lui mi sembrò lì in po’ rassegnato, senza il fulgore dell’arte ad accompagnarlo. Non erano passati solo gli anni, una vena si era inaridita dopo avere dato tanti segni di bellezza e alimentato tanti sogni.